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Metamorfosi. Come l’arte mi permette di infrangere le vecchie regole

Metamorfosi. Come l’arte mi permette di infrangere le vecchie regole

di Sophie Hames

 

Fotografia di Sophie Hames
Fotografia di Samanta Cinquini

Sono nata donna o lo sono diventata?

Dove sono nata?
In quale parte del mondo si trova tempo per pensare alla propria condizione, al proprio genere? Cosa fare del mio privilegio di donna bianca, di donna artista, di donna senza bambini? Di donna cis?
In che cosa l’intimo è politico?
In che cosa il contenuto del mio piatto può raccontare le mie scelte politiche, i miei ideali, il mio paese d’origine, la mia classe sociale?
In Belgio, da piccola, mi dicevano:
Guarda nel tuo piatto. Fatti gli affari tuoi. Non dire “io”.
No. Ora non è più possibile. Il silenzio non è più possibile.
Ecco il tempo della metamorfosi.
Il tempo portato dalle donne, dalle minoranze, dagli emarginati, il tempo della parola liberata. Il tempo di dire io. Sono. Voglio. Sogno. Agisco.
Sono una menestrella, una giocoliera d’immagini, un corpo orchestra, un’artista. A grandi colpi di disciplina e di piacere, ho affilato la mia lingua, la mia espressività. Sono la Grande Cattiva Femminista. O per lo meno, è cosi che mi vedono, con tenerezza o con diffidenza, alcuni uomini che vorrebbero capire, ma che forse non sono pronti ad abbandonare i loro privilegi.
Essere un’artista ingaggiata, è disturbare. Ogni tanto senza farlo apposta. Spesso perché non c’è più scelta, perché questo mondo è sregolato. Perché c’è urgenza. Perché le leggi patriarcali che regolano le nostre vite intime sono esattamente le leggi capitalistiche che regolano l’economia e il pianeta. E si sa, per il pianeta, già da un po’, non è divertente. Ci si serve senza chiedere. Le donne e il pianeta, sono la stessa cosa, ci si serve senza chiedere.
E i bambini? Silenzio.
Potrei parlarvi dei miei dieci anni di apprendimento di una disciplina indiana, il Bharata Natyam, una danza espressiva, originaria del Tamil Nadu, una danza alla frontiera tra arte marziale e mimo. Il Bharata Natyam comincia e finisce sempre con un saluto. I miei piedi salutano la terra che accoglie i miei passi, il mio corpo saluta l’universo intero, le mie mani giunte chiedono la benedizione delle divinità, dell’insegnante e del pubblico; e per finire m’inchino alla terra, la saluto con la punta delle dita, che porto un po’ al di sopra delle palpebre chiuse.
È una promessa di fare del mio meglio. È la coscienza della mia condizione umana, vengo dalla terra e tornerò alla terra.
Potrei parlare di questi dieci anni, ma ero un bruco, formavo il mio corpo e il mio spirito per dopo, per adesso.
Adesso è quindi il tempo della metamorfosi.
È possibile farla piano? La rivoluzione, per quanto sottile sia, è ostinata.
È come le cellule immaginative del bruco, chiamate scientificamente dischi immaginali, questi contengono l’informazione della conformazione della farfalla, ma il sistema immunitario del bruco, immobile nella ninfa, non li riconosce e ne combatte le cellule.
Diventare farfalla è un obiettivo. Una preghiera portata dal corpo. Come nella danza indiana, una preghiera fisica, sudata, estenuante, nella polvere e a piedi nudi. Una preghiera e un grido.
Sono bruco e voglio diventare donna, per questo devo riappropriarmi del mio corpo, del mio piacere, dei miei desideri, dei miei sogni, delle mie ambizioni, dell’amor proprio, del mio spazio.
Siamo responsabili di questo mondo. La nostra rabbia è legittima.
In quanto artista, ho la responsabilità di parlare, di creare immagini, di formulare a voce alta le mie interrogazioni, di dare una forma alle mie indignazioni e ai miei dolori.
È un tempo di rivoluzione, lo sentiamo tutte. Qualcosa sta accadendo, lentamente e senza dare nell’occhio, perché bisogna passare tra le maglie del capitalismo che recupera tutto per trasformarlo in una moda falsamente ribelle, una rosa senza spine, un movimento inoffensivo, una Frida Khalo senza baffi.
Lo sentiamo tutte. Dico tutte. Ingiustamente?
Dico tutte, ma penso anche alle donne trans, agli uomini trans, alle persone ipersensibili, a quelle che si sentono diverse, a quelle queer, alle vecchie che non hanno più posto né possibilità in questo mondo, a quelli e quelle che mettono tutta la loro energia a decostruire questo mondo binario e patriarcale.
Non perché ci sia una nuova strada da seguire, ma perché continuare a vivere così genera in noi un malessere insopportabile.
Penso al movimento, nato dall’opera collettiva Nera non è il mio mestiere (Noire n’est pas mon métier Édition du Seuil, 2018. Diretta da Aïssa Maïga), dove attrici e realizzatrici francesi e nere, denunciano la strumentalizzazione dell’immagine della donna nera nei film fatti da uomini bianchi. Penso a Daria Marx che scrive contro la grossofobia.
Penso alla coreografa Silvia Gribaudi, che mette in scena corpi lontani dai cannoni estetici della nostra epoca, più vicini a noi.
Penso all’artista Chiara Bersani che porta in scena il suo corpo così lontano dal nostro con potenza e delicatezza.
Penso a Adèle Haenel, che è riuscita ad alzarsi, le gambe tremolanti, lo stomaco stretto, la rabbia che batte nelle tempie, per smarcarsi da un mondo che ricompensa ancora uomini disgustosi trasformati in monumenti cinematografici. Non possiamo più permetterci di separare l’uomo dall’artista. Peccato per Picasso.
Penso a tutte le giornaliste che stanno aprendo una strada nuova, con coraggio. Le donne rompono il silenzio e i tabù imposti.
Per capire il mondo esterno, scorticano il proprio mondo interiore. Sono sulla soglia, entrano e escono, non si proiettano in avanti senza guardare indietro, sanno che i loro antenati le perseguitano. Sanno di avere una forza bestiale.
Lo sanno. È quello che fa paura. Il sistema immunitario resiste.
Ecco a cosa serve l’arte, a riabilitare spazi di parole, d’immagini, di pensiero, a riappropriarsi del proprio corpo. A decostruire i meccanismi di schiavitù ordinaria.
Andare a teatro, per farlo o per guardarlo, è essere nell’immediatezza, nel qui e ora, in uno scambio diretto di energia tra il pubblico e gli esseri che agiscono in scena.
E il teatro ama tutti gli spazi, ama la strada, le piazze, le scuole e le aule, le case di riposo e i centri d’accoglienza per richiedenti asilo.
Dare più spazio e mezzi alla cultura, è dare una lingua, un corpo e ali alle minoranze.

***

L’articolo Metamorfosi – Come l’arte mi permette di infrangere le vecchie regole è uscito in francese a luglio 2021 sulla rivista BRENNPUNKT nella sezione Femmes et développement.

***
Sophie Hames, attrice, marionettista e illustratrice belga, è un’artista associata al Festival ORLANDO dal 2019.

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